Che cos’è la Psicoanalisi

Autore: Dr.ssa Costanza Calvio

La Psicoanalisi è un tipo di Psicoterapia. La parola Psicanalisi o Psicoanalisi deriva dall’unione dei termini greci “psiche”, che significa anima/mente e “analisi”. Fondata dal medico-neurologo Sigmund Freud, si occupa di analizzare e trattare disturbi nervosi (disagi psichici). La Psicanalisi sviluppa il suo modello partendo dal concetto di inconscio. Freud, infatti, era convinto che le persone potessero essere curate nei loro disturbi, attraverso la comprensione, l’accettazione e l’elaborazione dei loro pensieri non coscienti. Questo, infatti, avrebbe permesso il superamento di situazioni per così dire “lasciate in sospeso” e sepolte da qualche parte nella memoria (nell’inconscio). La prima volta che Freud parlò formalmente di psicoanalisi fu nel 1896 in due articoli in cui descriveva le proprie ricerche. Nel corso del ‘900 la psicoanalisi si perfezionò e si articolò in diverse forme evolutive, non senza subire anche numerose critiche.

La terapia psicoanalitica è un tipo di terapia basata sulla parola. L’attività terapeutica consiste nel cercare di riportare in superficie, ovvero alla coscienza, determinate emozioni o esperienze e soprattutto le emozioni ed i pensieri che le hanno accompagnate e che, come già accennato, sono state lasciate in sospeso nell’inconscio. Queste esperienze, infatti, nel momento in cui sono state vissute, non hanno potuto essere “affrontate”, elaborate e superate dalla persona, poiché non ne aveva le capacità, gli “strumenti”. La maggioranza di queste esperienze, infatti, avvengono nell’infanzia, quando la persona non ha ancora strutturato una personalità e non ha ancora appreso e sperimentato tanti strumenti. Queste sono esperienze quasi sempre oggettivamente traumatiche, vergognose o estremamente negative, vissute talmente male dalla persona, da rimanere “congelate” lì, come in attesa di una “spiegazione accettabile” che da soli non si è riusciti a dare, perché ancora troppo piccoli.

Un esempio classico potrebbe essere quello di un bambino la cui mamma si trova a vivere un momento di depressione come ad esempio lutto. Certamente non per colpa di questa mamma, che si trova ad avere tutte le sue risorse giustamente assorbite nel superamento di questa fase, le sue attenzioni per questo bambino, involontariamente, diminuiranno rispetto a prima ed il bambino potrebbe sentirsi improvvisamente trascurato, poco visto, e “spiegarsi” questo vissuto ad esempio con l’idea di essere poco interessante o di essere cattivo o ancora di essere un incapace, e così via… Il concetto è che un bambino non potrà avere la “maturità” e l’esperienza per capire che lui non c’entra niente, anzi è proprio il contrario! Un bambino, a quell’età, è un piccolo narcisista, tutto il mondo gira intorno a lui, perché biologicamente è programmato per orientare tutte le sue risorse verso la sua sopravvivenza. Infatti, biologicamente, nel suo DNA, lui sa di essere più indifeso ed esposto ai pericoli di un adulto ed è programmato per concentrarsi su di sé e tutelarsi più possibile. Il mondo, quindi, gira intorno a lui si, ma sia nel bene che nel male: se qualcosa non va, lui di sicuro c’entra. Il problema, è che in base alla “spiegazione” che lui si dà, rispetto agli eventi (sono poco interessante, sono cattivo, sono un incapace…), lui strutturerà le sue scelte e quindi tutta la sua vita.

Dall’altro lato, però, lui non si vorrebbe sentire poco interessante o cattivo o un incapace. Inconsciamente, una parte di sé, ha il forte sospetto che non sia così, che non fosse colpa sua. Questa piccola parte di sé si aggrappa fortemente a questa possibilità e rifiuta con tutte le sue forze quella “deduzione” creando quello viene chiamato “conflitto inconscio”. Questo sarà causa di molta sofferenza per lui. In questo senso, il sintomo (da quello somatico come una dermatite o una colite, a quello emotivo, come l’ansia) è visto come il simbolo, la metafora, il “riassunto” del suo corpo “posseduto” da questo conflitto, la “traduzione” sul corpo di questo malessere. Ed ecco perché, diceva Freud, nel momento in cui questo significato e questo conflitto viene “svelato” in analisi attraverso la parola, il sintomo si scioglie come la neve al sole.

Ma come si svela questo conflitto inconscio? L’inconscio non può comunicarci direttamente il suo concetto, non può parlarci apertamente, perché la coscienza glielo impedisce, lo censura. Ma lui può esprimersi attraverso “metafore”, questo gli è concesso. Per cui, le vie in cui l’inconscio riesce a comunicare sarebbero tre: i sogni, i lapsus (dire una parola al posto di un’altra) e gli atti mancati (quando ci si scorda di fare una cosa o si scorda un oggetto da qualche parte). Per comprendere il significato di ciò che l’inconscio vuole comunicare, in analisi si interpreta il sogno, il lapsus e l’atto mancato e si parla, si parla tanto…
La persona parla liberamente attraverso le “libere associazioni” senza freni, dicendo tutto ciò che viene in mente anche se appare “scollegato”, anche se incomprensibile e apparentemente senza senso (è la regola: parlare per libere associazioni). Solo così l’inconscio può emergere ed è stupefacente ciò che emerge. Molto spesso si sente commentare un paziente con frasi come: “non credevo di pensare questa cosa” oppure “non credevo che l’avrei mai detto” o anche “non mi ricordavo più questa cosa”… Una volta emersi, questi ricordi, queste esperienze e soprattutto i vissuti (le emozioni ed i pensieri) che le hanno accompagnate, vengono “processati”, elaborati, consapevolizzati, interiorizzati e definitivamente superati insieme alle idee ed i pensieri negativi su di noi che le avevano accompagnate sino ad oggi. Piano piano, con fatica, tutto prende forma e poi si trasforma in qualcosa di nuovo, in un viaggio interessantissimo alla scoperta di noi stessi, della nostra anima e della nostra mente. E mentre si viaggia ci si “appassiona” a noi stessi e si impara ad amarsi e a tollerarsi e, credetemi, dopo aver imparato ad amare e tollerare noi stessi, amare e tollerare gli altri diventa davvero quasi un gioco da ragazzi.

Purtroppo, la Psicanalisi è un viaggio lungo, cole minimo due o tre anni e non è indicata per tutte le strutture di personalità, ma solo per quelle nevrotiche. Sarà l’analista a valutare se può fare al caso vostro, ma qualora fosse così, sappiate che io non ho mai incontrato nessuno che abbia portato a termine un percorso analisi senza ringraziare se stesso tutta la vita con tutto il cuore per averlo fatto e senza sentirsi orgoglioso per essere arrivato fino in fondo.